A partire dal 2020 sarà, dunque, operativa la tanto discussa riforma della prescrizione penale. Il nodo principale – che ha comportato il più acceso dibattito sul punto – ricade sull’interruzione dei termini di prescrizione subito dopo l’intervento della sentenza di primo grado, sia essa di condanna o di assoluzione.

Le correnti sul punto sono opposte: chi è a favore della riforma (ormai legge), la intende come l’unico metodo per impedire la prescrizione dei reati dovuta ai tempi eccessivi del sistema giudiziario italiano; i rimanenti, invece, investono la prescrizione del ruolo di “garanzia”, incarnando l’unico modo in cui l’ordinamento può difendere gli imputati dalla lunghezza dei processi e delle indagini.

La prescrizione esiste tanto nel ramo penale del diritto, quanto in quello civile (rispettivamente definita dall’art. 157 e ss. del codice penale e 2934 e ss. del codice civile) e riguarda l’indissolubile connessione tra l’oggetto del diritto e il trascorrere del tempo, rispondendo al principio di economia dei sistemi giudiziari: nel civile coincide con l’estinzione di un diritto qualora il titolare non lo eserciti entro un termine prefissato dalla legge; nel penale, è ancora l’estinzione, questa volta di un reato, allo spirare di un determinato periodo. Nel primo caso, la ratio è di garantire certezza nei rapporti giuridici; nel secondo, assicurare all’imputato un giusto processo in tempi ragionevoli.

Nonostante, quindi, la prescrizione penale sia uno strumento a garanzia del giusto processo, le eccessive lungaggini della giustizia italiana fanno sì che molto spesso diventi una via di fuga per imputati che vengono così assolti, seppure non con formula piena.

Con l’emendamento grillino, l’istituto della prescrizione viene sensibilmente modificato: l’interruzione dei termini della prescrizione dopo la sentenza di prima grado, secondo il M5S, dovrebbe garantire la certezza della pena e la velocizzazione della macchina giudiziaria. Di segno opposto, invece, chi la ritiene dannosa e incostituzionale, ritenendo che non sia la soluzione alla lunghezza (spesso eccessiva) delle indagini, e temendo che, eliminando la scure della prescrizione imminente, si rischi, nei fatti, di rendere eterni i gradi di giudizio successivi al primo.

Ai posteri l’ardua sentenza.

La vicenda prende le mosse da una pronuncia del Tribunale di Ivrea che applicava all’imputato la pena di mesi 4 di arresto e € 1.000,00 di ammenda, sostituita ex art. 186, comma 9bis, C.d.S. con il lavoro di pubblica utilità, oltre alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per mesi 9.

La IV sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 48330 del 19 ottobre 2017,  analizza la censura sollevata dalla difesa in merito all’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 186, comma 9bis, C.d.S.

Partendo da un’interpretazione strettamente letterale, il Supremo Consesso sottolinea come il comma 9bis in parola affermi che <>. Nel caso in cui, invece, si verifichi <<la violazione degli obblighi connessi allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, il Giudice che procede o il Giudice dell’esecuzione, a richiesta del Pubblico Ministero o di ufficio – con le formalità di cui all’art. 666 c.p.p. -, tenuto conto dei motivi, dell’entità e delle circostanze della violazione, dispone la revoca della pena sostitutiva con ripristino di quella sostituita e della sanzione amministrativa della sospensione della patente e della misura di sicurezza della confisca>>

Ebbene, se il Giudice deve disporre la revoca della pena sostitutiva nell’ipotesi di violazione degli obblighi inerenti allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, appare evidente come ciò comporti il ripristino della pena sostituita. È, quindi, logica conseguenza che, anteriormente a tale ripristino, la sanzione amministrativa in parola deve essere stata sospesa.

È chiaro, infatti, che se la sanzione accessoria avesse immediata effettività, lo scopo premiale di cui al predetto articolo vedrebbe del tutto vanificata la propria ratio.

Al termine dei lavori di pubblica utilità, infatti, il Giudice fissa una nuova udienza in cui, dopo avere accertato l’esito positivo degli stessi, adotta alcuni provvedimenti conseguenti alla natura premiale della pena sostitutiva prescelta: dichiara estinto il reato, revoca la confisca del veicolo ove precedentemente inflitta e dimezza la durata della sospensione della patente di guida. Considerando i lunghi tempi della giustizia, la Corte di Cassazione ritiene, quindi, non corretta la sospensione della patente di guida al momento dell’applicazione della pena sostitutiva, poiché, così operando, molto probabilmente, il condannato arriverebbe all’udienza ora richiamata avendo già sopportato l’intero periodo di sospensione, vedendo quindi totalmente vanificato il dimezzamento previsto dalla norma.


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Pubblicato da: Dott. Alessandro Benvoluti Data: 26/01/2015
La disciplina ex art. 603 c.p.p. nella prospettiva delineata dalla Corte Edu Nota al a sentenza Cass. Pen., Sez. II, 23 luglio 2014, n. 32619 (Ud. 24 aprile 2014 – dep. 23 luglio 2014)

Sommario:

1. Sintesi del a vicenda; 2. Questione di diritto e risvolti europei; 3. Profili problematici; 4. L’art. 603 c.p.p. e il rapporto con le pronunce sovranazionali; 5. Prospettiva possibile.

Sintesi della vicenda

Con sentenza del 18 febbraio 2013, la Corte d'appello di Bari, in riforma della pronuncia resa il 13 gennaio 2009 dal locale Tribunale – che condannava i due imputati per concorso in rapina aggravata (capo A), violenza privata (capo B) e lesioni aggravate (capo C), in danno del a persona offesa, e falso ideologico in atto pubblico (capo D) –, assolveva gli imputati dai reati di cui ai capi A, B e C e dichiarava non doversi procedere in ordine al reato di cui al capo D perché estinto per intervenuta prescrizione.

La Corte territoriale riteneva che non vi fosse la prova della sussistenza dei reati, essendo intrinsecamente inattendibili le dichiarazioni rese dalla costituita parte civile, per discrasie evidenziate tra quanto riferito in denuncia e quanto dichiarato al pubblico ministero, nonché per contrasto con le fonti di prova estrinseche di natura orale.

In sostanza, quindi, i giudici d'appello, nella sentenza impugnata, si limitavano ad affermare che, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudicante, le dichiarazioni della parte civile, sulle quali ritenevano che si fosse fondata l'affermazione di responsabilità degli imputati, non potessero considerarsi credibili.

Gli stessi consideravano, altresì, la responsabilità degli imputati sulla scorta dell'attendibilità intrinseca della stessa parte civile così come ascoltata in dibattimento, mentre la Corte territoriale, al contrario, non la riteneva verosimile, basandosi unicamente su di una diversa lettura del e deposizioni in precedenza rese.

Questione di diritto e risvolti europei

Al fine di permettere una valutazione sull'attendibilità delle dichiarazioni, si vuole che il giudice prenda direttamente contatto con la fonte di prova.

È una regola non di carattere assoluto, in quanto, tale ascolto diretto, deve avvenire in linea di massima, poiché, generalmente, la semplice lettura non risolve il compito complesso di valutazione dell’attendibilità intrinseca del testimone[1].

A tale proposito, la Corte edu[2] è intervenuta in un caso in cui il giudice di primo grado non aveva ritenuto intrinsecamente attendibile il testimone principale che riferiva su tutte le circostanze fondanti l'accusa, mentre il giudice di secondo grado, senza una nuova raccolta delle prove, ma sulla sola base della lettura delle dichiarazioni rese in primo grado, ne aveva affermato la piena attendibilità.

Sulla scorta di quanto isolatamente affermato dalla pronuncia Destrehem del 2004[3], infatti, con la decisione Dan, la Corte Edu ha condannato la Moldavia per violazione dell’art. 6, par. 1, CEDU.

Dopo avere osservato come l’intervenuta condanna in grado d’appello del ricorrente, precedentemente prosciolto, senza procedere a nuova escussione dei testimoni già esaminati in primo grado, violi il canone dell’equità processuale, il giudice sovranazionale ha chiarito che <<chi è chiamato a decidere sulla colpevolezza d’un individuo deve, in linea di principio, sentire i testimoni di persona, per valutarne la credibilità>>. Vagliare l’<<affidabilità delle fonti di prova>>, infatti, è <<compito complesso>>, che non può essere correttamente assolto attraverso la <<mera rilettura>> delle dichiarazioni verbalizzate durante il processo di primo grado[4].

A non dissimili conclusioni il giudice convenzionale è approdato pure nel recente caso Moldoveanu – cittadino rumeno prosciolto in grado d’appello e condannato avanti la Suprema Corte –, nell’ambito del quale è stata, altresì, affermata la   violazione   del par.  3 dell’art.  6 CEDU per essere stato calpestato il diritto di <<difendersi>> – rectius: <<right to legal assistance>>[5] – protetto dalla lett. c).

È il caso di rammentare come la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani abbia creato, nel corso degli anni, un patrimonio giuridico comune che costituisce un preciso <<diritto europeo delle libertà>> [6]. Si tratta, a ben vedere, di una serie di regole minime che devono essere concretamente osservate per assicurare uno <<spazio vitale di libertà>> in una <<società democratica>>.

Questa esigenza di effettività del sistema europeo di protezione dei diritti, emerge chiaramente fin dal lontano caso Irlanda c. Regno Unito, in cui la Corte europea ebbe modo di precisare come le sue sentenze servano <<non  solo  per  decidere  i  casi  portati  dinanzi  al a  Corte>>,  ma,  più  in  generale,  per <<chiarire>>, <<salvaguardare>> e <<sviluppare>> le regole poste dalla Convenzione contribuendo così all’osservanza da parte degli Stati degli impegni da loro assunti in quanto Parti contraenti[7].

Proprio perché la Convenzione europea costituisce un meccanismo unico di protezione dei diritti dell’uomo, che contribuisce in maniera determinante al mantenimento della sicurezza democratica ed al rispetto del diritto

 nell’insieme dell’Europa, è essenziale che gli Stati onorino concretamente l’impegno formale, da loro preso, di dare esecuzione alle sentenze dei giudici europei e, più in generale, di conformarsi ai principi della Convenzione stessa, così come interpretati nelle pronunce della Corte di Strasburgo[8].

Profili problematici

Già con l’entrata in vigore dell’attuale codice di rito, erano state riscontrate delle stonature all’interno del sistema processuale penale con riferimento ai rapporti tra i primi due gradi di giudizio: al primo, ispirato al principio del contraddittorio quale <<strumento epistemologico meno imperfetto per il raggiungimento della verità>>[9], concretizzato nel totale rispetto dei canoni di oralità e immediatezza attraverso la formazione della prova davanti al giudice[10], si contrappone un giudizio d'appello in cui il giudice forma, di regola, il proprio convincimento attraverso la mera rilettura del materiale probatorio formato nel grado precedente[11].

Lo scarto tra gli anzidetti gradi non acquista fluidità nemmeno se si pone lo sguardo sul a dimensione etico- politica del contraddittorio[12], in quanto metodo ideale per il raggiungimento del <<giusto processo>>[13].

Il paradosso è ictu oculi evidente: è possibile giungere al ribaltamento della decisione in appello, il cui giudizio è caratterizzato da una ristretta finestra dialettico-probatoria e a dispetto di un risultato ottenuto in una fase precedente in cui tale spazio aveva trovato piena espressione[14].

A ciò conseguono, da un lato, la compressione nei riguardi dell'imputato del significato del contraddittorio come scelta di civiltà[15] e come freno al o ius puniendi del giudice[16], dall'altro un affievolimento nella collettività dell’accettazione di tale pronuncia: appare inverosimile, infatti, l’idea che una sentenza formata attraverso i crismi di garanzia del dibattimento possa essere ribaltata in secondo grado tramite una mera rilettura degli atti di prime cure[17].

È evidente, quindi, come, nel’ambito del codice di procedura penale italiano, la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in grado d’appello rappresenti un istituto ancorato a logiche eccezionali, così come ampiamente affermato dal a giurisprudenza[18].

Per la Corte di Cassazione, infatti, il processo d’appello è – e resta – <<un giudizio caratterizzato dal controllo prevalentemente cartolare di quanto verificatosi in prime cure>>[19].

È possibile, peraltro, constatare come il giudice di seconde cure non sia nemmeno tenuto a motivare, in negativo, le ragioni che hanno generato il rigetto della correlativa richiesta di rinnovazione istruttoria in grado d’appello[20], rimarcando, così, la <<natura discrezionale>>[21] di tale potere[22].

L’art. 603 c.p.p. e il rapporto con le pronunce sovranazionali

A questo punto, è d’uopo valutare come la giurisprudenza di legittimità nazionale abbia risposto agli stimoli sovranazionali.

Con una pronuncia chiarificatrice[23], la Suprema Corte ritiene l’art. 603 c.p.p. assolutamente compatibile con l’art. 6 CEDU così come interpretato dal a Corte di Strasburgo.

Sullo sfondo del 'attuale disciplina nazionale in materia di attività probatoria in appello, però, si eleva la presunzione di completezza del quadro istruttorio su cui è stata fondata la sentenza di primo grado (potenzialmente irrevocabile)[24].

L’eventuale nuova ammissione, pertanto, è tarata sulla tendenziale funzione quasi esclusivamente integrativa dei mezzi istruttori richiesti, sotto il ben determinato aspetto della necessità di colmare l’ipotetica incertezza del precedente quadro probatorio.

Nel diritto vivente, quindi, la rinnovazione opera come istituto eccezionale, fondato sulla necessità di surrogare l'incertezza accidentale del compendio istruttorio offerto al giudice d'appello, che si assume ordinariamente completo[25].

Al contrario, nell'ottica convenzionale, l’istituto in parola è condizione di equità del processo ogniqualvolta il giudice d'appello finisca per stravolgere il contenuto della sentenza di primo grado, sulla base delle stesse prove dichiarative assunte nel medesimo, così certificando la decisività della rivalutazione delle prove stesse, indipendentemente dal risultato che si otterrà, sia esso una condanna oppure una pronuncia assolutoria[26].

La ratio della rinnovazione, nei termini così descritti, deve essere rinvenuta nella necessità di ristabilire una connessione diretta tra il decidente e la prova dichiarativa, indipendentemente da una situazione d’incertezza del quadro probatorio accertata ex ante; se d’incertezza si vuole parlare, questa può, in limine, presumersi certificata ex post, considerando il ribaltamento della valutazione[27].

La lontananza tra le due prospettive è evidente: l’istituto in analisi assume nell'ordinamento interno i connotati dell’eccezionalità, in quanto finalizzato a completare il quadro probatorio accidentalmente incerto; in sede convenzionale, invece, assurge a condizione ordinaria di aequitas procedurale che prescinde dall’eventuale mancanza di univocità probatoria, poiché diretta a soddisfare esclusivamente il principio di immediatezza[28].

Prospettiva possibile 

Ebbene, se è vero che la prospettiva di ribaltamento di una decisione di condanna sia caratterizzata da una rideterminazione meramente critica, potendo la pronuncia assolutoria derivare dalla mera rilettura di una prova determinante[29], è parimenti corretto affermare che la prospettazione dello scenario opposto attiri fatalmente il giudice verso una disamina integrale del fatto, certificata ogniqualvolta venga emessa una condanna all'esito del giudizio di appello[30].

Nel primo caso, è sufficiente, a fondamento di una corretta statuizione, un'attività critico-cognitiva, da intendersi come tecnica idonea a proporre ipotesi alternative rispetto a quelle prospettate a sostegno del giudizio di primo grado e limitata a un vaglio degli atti processuali[31].

Nel secondo, al contrario, la rivalutazione del compendio probatorio acquisito in primo grado è certamente idonea a fungere da indicatore dell'ingiustizia della prima decisione, ma non può, di per se stessa, essere considerata bastevole all’esaurimento del 'attività cognitiva del giudice[32].

La regola di giudizio – tarata sulla presunzione d'innocenza e sulla mancanza di ogni ragionevole dubbio ex art.

533, comma 1, c.p.p. – impone al giudice un nuovo accertamento riguardante qualunque profilo di responsabilità dell’imputato[33].

Non si vede, quindi, come l’applicazione anche al giudizio d’appello dello statuto cognitivo tipico del primo grado non appaia logica: se il fatto va ricostruito, non v’è alcun motivo ragionevole per derogare ai principi del contraddittorio-immediatezza nell’assunzione della prova[34].

De iure condendo, pertanto, si auspica un intervento legislativo chiarificatore in materia, poiché, nonostante le criticità del caso, l’interpretazione convenzionalmente conforme del ’art. 603 c.p.p. appare ad oggi possibile.

[1] Padovani, Il doppio grado di giurisdizione. Appello dell’imputato, appello del p.m. principio del contraddittorio, in Cass. pen., 2003, 4031.

[2] Corte Edu, sent. 5 luglio 2011, Dan c. Moldavia, http://www.duitbase.it/database-sentenze-corte-europea- diritti-umani.

[3] Corte Edu, sent. 18 maggio 2004, Destrehem c. Francia, http://www.duitbase.it/database-sentenze-corte- europea-diritti-umani.

[4] Corte Edu, sent. 5 luglio 2011, Dan c. Moldavia, cit..

[5] Corte Edu, sent. 19 giugno 2012, Moldoveanu c. Romania, http://www.duitbase.it/database-sentenze-corte- europea-diritti-umani.

[6] Corte Edu, sent. 18 gennaio 1978, Irlanda c. Regno Unito, http://www.duitbase.it/database-sentenze-corte- europea-diritti-umani.

[7] Ancora Corte Edu, sent. 18 gennaio 1978, cit..

[8] Così LONATI, Il contraddittorio nella formazione della prova orale e i principi della C.E.D.U.: una proposta de jure condendo, in http://www.penalecontemporaneo.it/gliautori/108-simone_lonati/.

[9] GIOSTRA, Contraddittorio (principio del). II) Diritto Processuale Penale, in Enc. giur., vol. IX, Roma, Treccani, agg. 2001.

[10] L'assunzione in contraddittorio della prova nel pieno rispetto dell'oralità e dell'immediatezza rappresenta, come rilevato in dottrina, <> di attuazione del contraddittorio. V., per tutti, ILLUMINATI, voce Accusatorio ed inquisitorio (sistema), in Enc. giur., vol. I, Roma, 1988, 7; sul binomio oralità-immediatezza, v. FERRUA, Oralità del giudizio e letture di deposizioni testimoniali, Milano, 1981, 282 ss..

[11] V., in particolare, FASSONE, L'appello: un'ambiguità da sciogliere, in Quest. Giust., 1991, 623 ss.; NAPPI, Il nuovo processo penale: un'ipotesi di aggiornamento del giudizio di primo grado, in Cass. pen., 1990, 974. V., in questo senso, SPANGHER, voce Appello, II) diritto processuale penale, in Enc giur., II, Agg., 1991, 1; cfr., anche, CHIAVARIO, Nel nuovo regime delle impugnazioni i limiti e i mancati equilibri di una riforma, in AA.VV., (a cura di CHIAVARIO), Commento al nuovo codice di procedura penale, VI, Torino, 1991, 15 ss..

[12] Sottolinea la doppia anima del contraddittorio, al contempo scelta gnoseologica e etico politica, CORDERO, Ideologie del processo penale, Milano, 1966, 218, ss.; per un’efficace ricostruzione delle radici etico-politiche del contraddittorio v. RAFARACI, La prova contraria, Torino, 2004, 8 e ss..

[13] da intendersi come valore in sé, non meno importante di una <<giusta  decisione>>,  DOMINIONI, L'imputato tra protagonismo dell'accusa e subalternità della difesa, in Arch. pen., 1982, 79.

[14] Nello stesso senso GAITO, GIARDA, LATTANZI nel convegno I nuovi orizzonti della giustizia penale europea, Associazione tra gli Studiosi del Processo Penale <<G.D.  Pisapia>>, Milano, 24-26 ottobre 2014.

[15] GIOSTRA, Valori ideali e prospettive metodologiche del contraddittorio in sede penale, in Pol. Dir., 1986, 17; ID., voce Contraddittorio (principio del), in Enc. Giur., 1988, 5; l'Autore, nell'enucleare la dimensione del contraddittorio come scelta di civiltà giuridica, osserva: <<verificare l'ipotesi accusatoria in contraddittorio con l'imputato significa ravvisare nella dignità del singolo un bene non meno  prezioso dell'accertamento  dei fatti e  delle  responsabilità>>, in TESORIERO, La rinnovazione della prova dichiarativa in appello, in http://www.penalecontemporaneo.it/tipologia/0-/-/-/3246- la_rinnovazione_della_prova_dichiarativa_in_appello_alla_luce_della_cedu/; GENTILI, Il diritto come discorso, Milano, 2013, 537 <>.

[16] Sul valore politico del contraddittorio come limite al potere decisorio del giudice, v. ORLANDI, Trasformazione dello Stato e crisi della giustizia penale, in Il tramonto della modernità giuridica. Un percorso interdisciplinare, Torino, 2008, 248-249.

[17] Nella disciplina positiva di molti sistemi processuali sono riscontrabili nessi tendenziali tra conformazione del primo e del secondo grado di giudizio. Tali tendenze vanno apprezzate, tuttavia, sul mero versante delle scelte di politica legislativa, sono condizionate da ragioni di carattere storico-culturale e sfuggono ad ogni automatismo logico-giuridico; in questo senso, appare non condivisibile ogni ricostruzione volta a far derivare dall'adozione dei canoni del contraddittorio vuoi un giudizio d'appello necessariamente e integralmente improntato al medesimo canone epistemologico vuoi, in senso opposto, l'automatica inutilità (e quindi l'abolizione) del secondo grado di giudizio. Ancora TESORIERO, La rinnovazione, cit..

[18] Cass. pen., Sez. Un., 24.1.1996, Panigoni, in Cass. pen., 1996, 2892.

[19] Cass. pen., sez. III, 5.4.2001, Santeramo, in Guida dir., 2001, n. 16, 9.

[20] Cass. pen., sez. V, 18.3.2003, Prospero, in CED Cass., 225633.

[21] Cass. pen., IV, 19.2.2004, Montanari, in CED Cass., 228353.

[22] <<L’art. 603 nuovo c.p.p., sostanzialmente riproduttivo dell’art. 520 del c.p.p. del 1930, nel confermare  la natura discrezionale dei poteri riconosciuti in materia di  rinnovazione  dell’istruzione al  giudice  del gravame  non si pone  in  contrasto con il disposto dell’art.  6 della  Convenzione  europea  dei diritti dell’uomo  e  con il dettato degli artt. 3, 24 e 111 della Carta Costituzionale, i quali  nel  riconoscere  il  diritto  dell’imputato  al “processo  giusto”  non  sottraggono,  però, al giudice  il  potere-dovere  di valutare  preventivamente  l’ammissibilità  e la conferenza ai fini del giudizio  delle  prove  indicate  o  richieste  dall’imputato>> (Cass., Sez.  II, 18  maggio  1991, rv. 187162), in VALENTINI, I poteri del giudice  dibattimentale  nell’ammissione  della  prova, Padova,  2004, 16, nota  n. 46.

[23] Cass., Sez. II, 8 novembre 2012, n. 254726, in CED Cass., n. 254726; Sez. IV, 6 dicembre 2012, n. 4100, in CED Cass., n. 254950.

[24] TESORIERO, La rinnovazione, cit..

[25] Cfr., PERONI, L'istruzione dibattimentale nel giudizio di appello, Padova, 1995, 200; in giurisprudenza, fra le tante, v., Sez. I. 27 maggio 1991, n. 7329, in Arch. nuova proc. pen., 1992, 109; recentemente, v. Sez. II, 27 settembre 2013, n. 41808, in CED Cass., n. 256968.

[26] Questo per spingere nella direzione che si sta timidamente tratteggiando nella prassi, per cui la disciplina ex art. 603 c.p.p. dovrebbe essere applicata in entrambi i casi di ribaltamento in appello. Si segnala a tale proposito il seminario di studio organizzato da Magistratura Democratica (Sasso Marconi, 12-13 dicembre 2003), i cui atti sono raccolti in AA.VV. (a cura di NUNZIATA), Principio accusatorio, impugnazioni, ragionevole durata del processo, in Diritto e giustizia, 2004, suppl. al fasc. 29; per una recente ricognizione delle problematiche in esame e delle varie posizioni maturate in dottrina, v. BELLUTA, Prospettive di riforma dell'appello penale, tra modifiche strutturali e microchirurgia normativa, in Riv. dir. proc., 2010, 1059 ss., ora anche in BARGIS - BELLUTA, Impugnazioni penali: assestamenti del sistema e prospettive di riforma, Torino, 2013, 235 ss..

[27] PERONI, L'istruzione, cit., 216.

[28] FASSONE, L’appello, cit., 248; TESORIERO, La rinnovazione, cit..

[29] PERONI, L’istruzione, cit., 237.

[30] NAPPI, Adeguamenti necessari per il sistema delle impugnazioni, AA.VV. (a cura di NUNZIATA), Principio accusatorio, impugnazioni, ragionevole durata del processo, in Diritto e Giustizia, 2004, 151 ss., il quale rileva: <<mentre per giustificare la trasformazione di una condanna in assoluzione basta inficiare anche  una soltanto delle prove che sorreggono la costruzione dell'accusa, invece per poter trasformare una sentenza di assoluzione in una sentenza di condanna occorre che si ricostruisca ex novo l'impianto accusatorio. E quindi la trasformazione di una condanna in assoluzione può conseguire anche al mero controllo  della  correttezza  della decisione impugnata, mentre  la  trasformazione  di  una  assoluzione  in  condanna  richiede  un  nuovo  accertamento del fatto>>.

[31] CHIAVARIO, Nel nuovo regime, cit., 116.

[32] Con riguardo al valore argomentativo della prova: SIRACUSANO, Ragionevole durata del processo e giudizi di impugnazione, in Riv. it. dir. proc. pen., 2006, 18 ss..

[33] CHINNICI, L’«oltre ogni ragionevole dubbio: nuovo criterio del giudizio di condanna, in Dir. pen. proc., 2006, 1553; CONTI, Al di là del ragionevole dubbio, in AA. VV., Novità su impugnazioni penali e regole di giudizio. Legge 20 febbraio 2006, n. 46 “legge Pecorella”, a cura di Scalfati, Milano, 2006, 87; FERRUA, La colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, in AA. VV., Il nuovo regime delle impugnazioni tra Corte costituzionali e Sezioni Unite, a cura di Filippi, Padova, 2007, 137; GAROFOLI, I nuovi standards valutativi e gli epiloghi decisori nel giudizio, in AA. VV., La nuova disciplina delle impugnazioni dopo la “legge Pecorella”, a cura di Gaito, Torino 2006, 77; KOSTORIS, Le modifiche al codice di procedura penale in tema di appello e di ricorso per cassazione introdotte dalla c.d. «legge Pecorella», in Riv. dir. proc., 2006, 633; IACOVIELLO, Lo standard probatorio dell’al di là di ogni ragionevole dubbio e il suo controllo in cassazione, in Cass. pen., 2006, 3869; MARZADURI, Commento all’art. 5 l. n. 46/2006, in Leg. pen., 2007, 88; PALIERO, Il «ragionevole dubbio» diventa criterio, in Guida dir., n. 10, 2006, 73; dello stesso autore, Nasce la necessità di un’esegesi comune, ivi, 82; PIERGALLINI, La regola dell’“oltre ragionevole dubbio” al banco di prova di un ordinamento di civil law, in AA. VV., Impugnazioni e regole di giudizio nella legge di riforma del 2006. Dai problemi di fondo ai primi responsi costituzionali, a cura di Bargis-Caprioli, Torino, 2007, 361; PISANI, Riflessioni sul tema del “ragionevole dubbio”, in Riv. it. dir. proc. pen., 2007, 1243; SPANGHER, Tra resistenze applicative ed istanze restauratrici, in AA. VV., La nuova disciplina delle impugnazioni dopo la “legge Pecorella”, a cura di Gaito, Torino, 2006, 250.

[34] CHINNICI, Verso il “giusto processo” d'appello: se non ora quando? Dalla irriducibile staticità nello ius positum italiano al dinamismo cognitivo nel “diritto vivente” europeo, in Arch. Pen., 2012, III, p. 921; e più diffusamente, dello stesso autore, Giudizio penale di seconda istanza e giusto processo, Torino, 2008.

Accesso abusivo ad un sistema informatico

Brevi cenni sull’accesso abusivo ad un sistema informatico 

La legge n. 547 del 1993, di fatto, non esplicita la definizione di sistema informatico, dandola per presupposta sulla base di quanto sancito dalla Suprema Corte, secondo cui <<l’espressione “sistema informatico” cont[iene] in sé il concetto di una pluralità di apparecchiature destinate a compiere una qualsiasi funzione utile all’uomo, attraverso l’utilizzazione (anche in parte) di tecnologie informatiche. Queste ultime sono caratterizzate dalla registrazione (o memorizzazione), per mezzo di impulsi elettronici, su supporti adeguati, di “dati”, cioè di rappresentazioni elementari di un fatto, effettuata attraverso simboli (bit) numerici (“codice”) in combinazioni diverse>>. 

È d’uopo sottolineare che la Cassazione, in merito all’art. 4 della L. 547/1993 con cui è stata istituita la fattispecie in parola, ha stabilito che <<il legislatore ha dettato un sistema completo di norme in tema di criminalità informatica, considerando i sistemi informatici e telematici alla stregua del domicilio>>. 

L’art. 615ter c.p. prevede due distinte condotte che consistono, rispettivamente, nell’accesso e nel mantenimento all’interno di un sistema informatico. 

La prima si verifica nell’ipotesi in cui un soggetto si introduca in una tale struttura, protetta da misure di sicurezza. 

La seconda si concretizza nel momento in cui un soggetto autorizzato ad accedere a detto sistema, vi si trattenga successivamente al periodo temporale necessario a giustificare la presenza nello stesso e per il quale aveva ricevuto l’autorizzazione. In entrambi i casi si può parlare di reato di azione. 

Si tratta, adesso, di stabilire quale sia il bene giuridico protetto dall’art. 615ter c.p. e, precisamente, se debba farsi riferimento al concetto di domicilio informatico oppure a quello di riservatezza informatica: il primo è stato sviluppato prendendo a prestito quella di domicilio comune, così come esplicitato dalla Costituzione, mentre il secondo lo si desume attraverso la normativa che disciplina il trattamento dei dati personali. Valutate entrambe le discipline offerte, a parere di chi scrive, appare, in prima battuta, preferibile l’adozione del secondo, che certamente offre una più compiuta forma di tutela. 

Conclusioni 

Per dirimere, quindi, l’ormai risalente contrasto tra le due teorie contrapposte in merito a quale sia il luogo del commesso reato – l’una basata sul concetto classico di fisicità del luogo ove è collocato il server e l’altra sul funzionamento delocalizzato, all’interno della rete, di più sistemi informatici e telematici – interviene la più recente pronuncia della Suprema Corte (Cass., Sez. Un., 24 aprile 2015, n. 17325), la quale privilegia <<le modalità di funzionamento dei sistemi informatici e telematici rispetto al luogo in cui è fisicamente collocato il server>>. 

Come argomenta la Suprema Corte, <<in ambito informatico, deve, quindi, attribuirsi rilevanza al luogo da cui parte il dialogo elettronico tra sistemi interconnessi e dove le informazioni vengono trattate dall’utente>> e, poiché nel c.d. cyberspazio il flusso dei dati informatici si trova allo stesso tempo nella piena disponibilità di consultazione di un numero indefinito di utenti abilitati, non sarà corretto affermare che i dati si trovino solo nel server ma, piuttosto, che questi ultimi siano diffusi sul territorio e contestualmente consultabili in condizione di parità presso tutte le postazioni a ciò autorizzate. 

Viene, così, riperimetrata la nozione di accesso ad un sistema informatico, vista come <<l’introduzione telematica o virtuale che avviene instaurando un colloquio elettronico o circuitale con il sistema centrale e con tutti i terminali ad esso collegati>>. 

L’accesso inizierà, quindi, con l’unica condotta umana di natura materiale, consistente nella digitazione da remoto delle credenziali di riconoscimento da parte dell’utente, mentre tutti gli eventi successivi assumeranno i connotati di comportamenti comunicativi tra client e server

Le condotte da ritenersi, quindi, perseguite nel caso di specie vengono ad essere integrate nel luogo in cui l’operatore materialmente digita la password di accesso ed esegue la procedura di login, determinando, così, il superamento delle misure di sicurezza apposte dal titolare del sistema, in tal modo realizzando l’accesso alla banca-dati.

CORTI EUROPEE

EUROPEAN COURTS

di Alessandro Benvoluti

 

 

TRATTAMENTI INUMANI
(Corte EDU, 20 gennaio 2015, Ateşoğlu c. Turchia)

 

Di notevole interesse è la pronuncia della Corte di Strasburgo con cui viene condannata la Turchia per avere violato l’art. 3 della Convenzione EDU sotto un duplice profilo: sostanziale e processuale.

Nel caso de quo, il ricorrente denunciava maltrattamenti e percosse che taluni agenti di polizia gli avrebbero inferto durante il periodo di custodia.

L’Assize Court della città di Kars, capitale dell’omonima regione turca e luogo in cui sono avvenuti i fatti in parola, concludeva il procedimento a carico dei poliziotti con la condanna dei medesimi, per aver intenzionalmente maltrattato il ricorrente al fine di ottenere una confessione. La pena detentiva in- flitta veniva sospesa grazie a una specifica norma presente nel codice penale turco, in tutto assimilabile a quanto espresso negli artt. 163-168 del c.p. italiano.

Il denunciante, esauriti i rimedi interni, adiva la Corte di Strasburgo lamentando la violazione del- l’art. 3 della Convenzione.

Per quanto attiene al profilo sostanziale, la medesima Corte, valutate le argomentazioni fornite, con- sidera sussistente tale lesione, poiché «con la sentenza della Assize Court di Kars è stato sufficiente- mente stabilito che il trattamento subito dal ricorrente è stato a questi inflitto intenzionalmente dagli agenti di polizia con lo scopo di estorcergli una confessione. In queste condizioni, la Corte ritiene che gli atti contestati siano particolarmente gravi, crudeli e in grado di causare dolore e sofferenza. Si con- clude, quindi, che il maltrattamento, nella fattispecie, è identificabile con la tortura ai sensi dell’art. 3 della Convenzione» (così, Corte EDU, 20 gennaio 2015, Ateşoğlu c. Turchia, par. 20, traduzione di chi scrive; vedi, mutatis mutandis, Corte EDU, 20 ottobre 2009, Valeriu e Nicolae Roşca c. Moldavia, par. 64; Corte EDU, 31 luglio 2007, Diri c. Turchia, parr. 42-46; Corte EDU, 1 gennaio 2007, Mammadov c. Azer- baijan, parr. 68-69).

La Corte di Strasburgo afferma, inoltre, che risulta violata la disposizione in parola anche sotto il profilo processuale poiché «non dovrebbero essere consentiti prescrizione, né amnistia, né indulto, né altri benefici di sorta, qualora a tali procedimenti penali fosse conseguita una condanna» (Corte EDU, 20 gennaio 2015, Ateşoğlu c. Turchia, par. 25).

I Giudici strasburghesi ribadiscono, infine, che qualora un agente dello Stato sia accusato di reati di tortura o maltrattamenti, è di massima importanza che venga sospeso dal servizio per tutta la durata delle indagini e del processo e, in caso di condanna, ne sarebbe opportuno il licenziamento (vedi, in proposito, Corte EDU, 2 novembre 2004, Abdülsamet Yaman c. Turchia, par. 55; Corte EDU, 15 marzo 2011, Serdar Güzel c. Turchia, par. 42).

 

GIUDICATO
(Corte EDU, 27 gennaio 2015, Rinas c. Finlandia)

 

La Corte si pronuncia in tema di ne bis in idem, ribadendo come il giudice della seconda regiudicanda non possa esprimere, in assenza di giusta causa, un giudizio che conduca a esiti opposti rispetto alla prima decisione (vedi Corte EDU, 23 gennaio 2001, Brumărescu c. Romania; Corte EDU, 24 luglio 2003, Riabykh c. Russia); così facendo, altrimenti, incorrerebbe nella violazione del principio di certezza del di- ritto attorno al quale gravitano le disposizioni in ambito di giudicato (in tema, Corte EDU, 27 luglio

 

 

2006, Gök e altri c. Turchia e, più recentemente, Corte EDU, 31 maggio 2012, Esertas c. Lituania; Corte EDU, 21 ottobre 2014, Lungu e altri c. Romania).

Nel caso in parola il ricorrente lamentava di essere stato sanzionato dall’autorità fiscale per avere in- cassato dividendi, mascherandoli da parte di società estere, senza dichiararli allo Stato; tale sanzione veniva confermata prima dalla Helsinki Administrative Court e, successivamente, dalla Supreme Admini- strative Court.

Nonostante ciò, qualche tempo dopo, il ricorrente veniva condannato dalla Vantaa District Court per frode fiscale aggravata con riferimento ai medesimi accertamenti tributari compiuti in precedenza e per i quali era stata disposta la condanna di cui sopra.

Il ricorrente, allora, proponeva appello, impugnando quest’ultima sentenza.

La Helsinki Appeal Court si pronunciava riducendo la pena irrogata in primo grado e affermando, in merito alla questione di double jeopardy, che «l’accusa di frode fiscale aggravata e la sovrattassa imposta riguardano chiaramente la medesima mancata dichiarazione dei redditi. Come il termine per la richie- sta di rettifica entro il procedimento tributario in riferimento agli anni d’imposta 1999 e 2000 era già spirato prima che le accuse fossero mosse, la tassazione era diventata definitiva e questi anni non pote- vano più essere oggetto di procedimento penale. Pertanto le accuse sarebbero state abbandonate senza nemmeno esaminarne il merito. Tuttavia, poiché l’addebito provvisorio veniva mosso prima che spi- rasse il termine in merito al periodo d’imposta 2002-2004, non vi era impedimento alcuno per l’esame di queste ultime accuse» (Corte EDU, 27 gennaio 2015, Rinas c. Finlandia, par. 21).

Veniva quindi adita la Supreme Court che confermava quanto esposto dalla Helsinki Appeal Court.

Il ricorrente, allora, proponeva ricorso alla Corte EDU per la violazione del principio del ne bis in idem, enunciato all’art. 4 del settimo Protocollo Addizionale alla Convenzione EDU.

Nell’analisi compiuta dalla Corte, in primis vengono richiamati i criteri c.d. di Engel (vedi Corte EDU, 8 giugno 1976, Engel e altri c. Paesi Bassi), al fine di determinare il preciso concetto di sanzione pe- nale: classificazione legislativa dell’illecito, essenza della violazione e grado di severità della pena comminata (vedi anche Corte EDU, 23 novembre 2006, Jussila c. Finlandia, parr. 30-31).

Richiamando, poi, quanto affermato precedentemente (vedi Corte EDU, 10 febbraio 2009, Sergey Zo- lotukhin c. Russia), il Giudice europeo sottolinea la necessità di porre l’accento sulla sostanziale identità delle condotte concretamente perseguite.

A questo punto della disamina la Corte valuta l’esistenza o meno di una decisione definitiva sulla regiudicanda (Corte EDU, 29 maggio 2001, Franz Fischer c. Austria, par. 22; Corte EDU, 23 ottobre 1995, Gradinger c. Austria, par. 53), giungendo ad esito positivo.

Infine, la medesima Corte, constatata l’avvenuta duplicazione dei procedimenti (essenziale, a tale proposito, Corte EDU, 4 marzo 2014, Grande Stevens e altri c. Italia; vedi, anche, Corte EDU, 14 gennaio 2014, Muslija c. Bosnia e Herzegovina, par. 37; Corte EDU, 20 maggio 2014, Nykänen c. Finlandia, par. 52; Corte EDU, 20 maggio 2014, Glantz c. Finlandia, par. 62), condanna la Finlandia per la violazione dell’art. 4 del settimo Protocollo Addizionale alla Convenzione EDU.

 

DIRITTO ALLA DIFESA
(Corte EDU, 29 gennaio 2015, Yevgeniy Petrenko c. Ucraina)

 

Nel caso di specie, la Corte si trova ad affrontare la questione, quanto mai attuale, del diritto alla difesa. Il 18 marzo 2004, il Sosnivskyy District Prosecutor’s Office of Cherkasy apriva un fascicolo d’indagine per un caso di omicidio. La stessa sera, la polizia trovava presso la casa del ricorrente (P.) sette coltelli, vestiti e altri oggetti inerenti al caso e, conseguentemente, la stessa notte, gli agenti accompagnavano P.

presso la stazione di polizia.

Durante la giornata del 19 marzo 2004, il ricorrente veniva sentito come persona informata sui fatti circa il caso di omicidio. Nella deposizione P. faceva riferimento a un furto, da lui compiuto insieme all’assassinato (R.), risalente a pochi giorni prima.

Apprese tali informazioni, il Sosnivskyy District Prosecutor’s Office of Cherkasy apriva un secondo fa- scicolo d’indagine in merito a tale furto e sentiva nuovamente il ricorrente come persona informata sui fatti.

Si noti che durante entrambe le deposizioni P. era privo dell’assistenza di un legale.

 

 

Il ricorrente veniva, quindi, arrestato con l’accusa di furto e, poco tempo dopo, veniva arrestato an- che D., conoscente del ricorrente, con l’accusa dell’omicidio di R.

Nel giro di poche ore, pressato dagli agenti, il ricorrente confessava di essere il materiale esecutore dell’omicidio di R.; il tutto senza l’assistenza di un legale.

Dopo avere esaurito i rimedi interni, il ricorrente adiva la Corte di Strasburgo, lamentando la viola- zione dell’art. 6 Convenzione EDU.

Ritenuto il ricorso non manifestamente infondato, la Corte sostiene: «l’art. 6 par. 1 richiede che, in li- nea di principio, l’accesso a una difesa legale debba essere fornito dalla prima volta che un sospettato è interrogato dalla polizia, a meno che sia dimostrato, alla luce delle particolari circostanze del caso, che vi siano motivi validi per limitare tale diritto. Anche dove detti motivi impellenti possano eccezional- mente giustificare la negazione dell’accesso a un avvocato, tale restrizione – qualunque sia la sua giusti- ficazione – non deve indebitamente ledere i diritti degli accusati ai sensi dell’art. 6. Il diritto alla difesa, in linea di principio, sarà irrimediabilmente compromesso quando dichiarazioni incriminanti rese du- rante l’interrogatorio, senza la presenza di un avvocato, saranno utilizzate per fondare la decisione di colpevolezza» (Corte EDU, 29 gennaio 2015, Yevgeniy Petrenko c. Ucraina, par. 89; vedi, anche, Corte EDU, 27 novembre 2008, Salduz c. Turchia, par. 55).

Nel caso de quo, il Giudice europeo «non riscontra alcuna ragione convincente per limitare il diritto del ricorrente a un avvocato» e, pertanto, «dichiara esserci stata una violazione dell’art. 6 parr. 1 e 3 (c) della Convenzione» (Corte EDU, 29 gennaio 2015, Yevgeniy Petrenko c. Ucraina, par.95).

 

DIRITTO ALLA PRIVACY

(Corte EDU, 3 febbraio 2015, Apostu c. Romania)

 

La Convenzione EDU, all’art. 8, si prefigge di tutelare il rispetto della vita privata e familiare, del domi- cilio e della corrispondenza di tutti i consociati, ponendo tale obbligo in capo agli Stati membri.

Nel caso che qui interessa, la Corte di Strasburgo ravvisava la violazione della norma in parola poi- ché alcuni stralci di intercettazioni riguardanti la vita privata di un soggetto indagato per corruzione venivano pubblicati su alcuni quotidiani nazionali.

Più nel dettaglio, la Anti-Corruption Department of the Prosecutor’s Office avviava delle indagini nei confronti del ricorrente, sua moglie e tre uomini d’affari, con l’accusa di corruzione commessa dal pri- mo nel proprio ruolo di sindaco di Cluj Napoca.

In fase d’indagine, il procuratore veniva autorizzato a disporre intercettazione telefonica dell’utenza del ricorrente e le trascrizioni della stessa venivano ammesse come prove contro quest’ultimo.

Il ricorrente veniva, poi, sottoposto alla detenzione cautelare, poiché la Cluj Court of Appeal ritene- va «che ciò fosse necessario per fermarne l’attività criminale, in quanto [il ricorrente] si starebbe prepa- rando a commettere un nuovo reato di corruzione» (Corte EDU, 3 febbraio 2015, Apostu c. Romania, par. 13 – traduzione di chi scrive).

L’aspetto che qui interessa è, come anticipato, la violazione dell’art. 8 della Convenzione, ma, al momento del vaglio di ammissibilità del ricorso, la Corte di Strasburgo si trova a dovere affrontare una questione di notevole rilievo: l’esaurimento obbligatorio dei rimedi interni.

Al momento della proposizione del ricorso, la Romania sollevava l’eccezione secondo cui non sareb- bero stati esperiti i necessari rimedi interni per adire la Corte europea.

Dopo un attento vaglio di tutti i rimedi proposti dallo Stato membro in favore del ricorrente, i Giu- dici strasburghesi rispondono che «lo Stato non è riuscito a dimostrare che il ricorrente ave[sse] avuto un ri- medio effettivo a sua disposizione» e il ricorso proposto «deve, pertanto, dichiararsi ricevibile» (Corte EDU, 3 febbraio 2015, Apostu c. Romania, par. 111-112; vedi, anche, Corte EDU, 16 aprile 2013, Căşuneanu c. Ro- mania, par. 71).

Nel merito, la Corte ribadsce che «[la stessa] deve verificare se le Autorità nazionali abbiano preso le ne- cessarie misure per garantire l’effettiva tutela di tale diritto» (Corte EDU, 3 febbraio 2015, Apostu c. Romania, par. 111-112; vedi, anche, Corte EDU, 14 ottobre 2008, Petrina c. Romania, parr. 27-29 e 34-36; Corte EDU, 9 aprile 2009, A. c. Norvegia, parr. 63-65; Corte EDU, 7 febbraio 2012, Von Hannover c. Germania, parr. 95-99; Corte EDU, 7 febbraio 2012, Axel Springer AG c. Germania, parr. 78-95; ancora più d’interesse per l’Italia, Corte EDU, 17 luglio 2003, Craxi c. Italia, par. 73).

Al termine dell’analisi nel merito, la Corte rileva come «la pubblicazione del contenuto delle registrazioni

 

 

abbia messo in cattiva luce il ricorrente, dando l’impressione che avesse commesso il crimine, prima ancora che l’Autorità nazionale avesse potuto esaminare le accuse. Inoltre, parte delle comunicazioni pubblicate era di carat- tere strettamente privato e non aveva attinenza con le accuse penali mosse al ricorrente» (Corte EDU, 3 febbraio 2015, Apostu c. Romania, par. 122-123 – traduzione di chi scrive; vedi, tra le altre, Corte EDU, 17 luglio 2003, Craxi c. Italia, par. 57; Corte EDU, 31 luglio 2012, Drakšas c. Lituania, par. 52) e, pertanto, la Corte ritiene sussistente la violazione dell’art. 8.

 

DIRITTO AL CONTROESAME
(Corte EDU, 10 febbraio 2015, Colac c. Romania)

 

In tema di violazione dell’art. 6, la Corte di Strasburgo ha avuto modo di pronunciarsi in svariate oc- casioni (vedi, tra le altre, Corte EDU, 15 dicembre 2011, Al-Khawaja e Tahery c. Regno Unito, par. 118; Corte EDU, 10 maggio 2012, Aigner c. Austria, par. 33) rimarcando, nello specifico, che «le garanzie di cui al par. 3 (d) dell’art. 6 sono aspetti peculiari del diritto a un equo processo, così come stabilito nel par. 1 di tale disposizione, e devono essere tenute in considerazione in qualunque valutazione circa la congruità dei procedimenti» (Corte EDU, 10 febbraio 2015, Colac c. Romania, par. 39, traduzione di chi scrive).

Nel caso di specie, C. veniva condannato per privazione illegale della libertà personale sulla base, principalmente, di prove testimoniali.

Senza addentrarsi troppo nei risvolti della vicenda, la circostanza di particolare interesse risiede nel fatto che i testimoni del caso de quo erano stati ascoltati solo durante la fase d’indagine, non riuscendo, successivamente, ad essere reperiti – eccetto uno – per l’escussione in fase dibattimentale.

Secondo le doglianze del ricorrente, il motivo per cui i suddetti testi non avevano presenziato al di- battimento è da imputare alla negligenza dei tribunali nazionali, in quanto questi non avrebbero com- piuto correttamente le formalità previste per la ricerca e per la citazione degli stessi, basando di fatto la condanna sulla testimonianza dell’unico teste ascoltato di fronte al giudice.

Nella fattispecie in parola, la Corte di Strasburgo sostiene che «la [propria] principale preoccupazio- ne in tema di art. 6 par. 1 sia quella di valutare l’equità complessiva del procedimento penale» (Corte EDU, 10 febbraio 2015, Colac c. Romania, par. 40, traduzione di chi scrive; vedi, anche, Corte EDU, 16 novembre 2010, Taxquet c. Belgio, par. 84) e «per fare ciò, esaminerà il procedimento nel suo complesso, il dirit- to alla difesa, ma anche l’interesse dello Stato e delle vittime a che la criminalità sia correttamente perseguita» (Corte EDU, 10 febbraio 2015, Colac c. Romania, par. 40; vedi, tra gli altri, Corte EDU, 30 giugno 2008, Gäfgen c. Germania, par. 175; Corte EDU, 26 marzo 1996, Doorson c. Paesi Bassi, par. 70).

A tale proposito, i Giudici strasburghesi richiamano quanto già espresso in altri precedenti (vedi Corte EDU, 10 aprile 2012, Gabrielyan c. Armenia, par. 76; Corte EDU, 31 ottobre 2001, Solakov c. ex Re- pubblica jugoslava di Macedonia, par. 57), affermando che tutte le prove contro un imputato devono esse- re formate in un’udienza dibattimentale pubblica, permeata dal principio del contraddittorio tra le par- ti, affinché l’accusato abbia un’efficace possibilità di contestare gli elementi a suo carico.

Al termine dell’analisi nel merito, i Giudici di Strasburgo condannano la Romania per la violazione dell’art. 6 par. 3, lett. d), in combinato disposto con il par. 1 della medesima disposizione, poiché «al ri- corrente non è stata data la possibilità di controesaminare i testi in alcuna fase del procedimento. Inol- tre, le autorità nazionali non hanno fatto rispettare le norme in vigore in materia processual-penalistica all’epoca dei fatti, necessarie per controbilanciare l’assenza dei testimoni, né hanno provveduto a legge- re in giudizio le dichiarazioni dei testimoni rese nelle fasi precedenti, al fine di acquisirle come prove» (Corte EDU, 10 febbraio 2015, Colac c. Romania, par. 55).